Esiste un legame tra Chernobyl e il Covid, la paura dell’altro raccontata da chi è sopravvissuto

Dopo un anno passato ad avere paura dell’altro a causa del Covid, le storie di chi è sopravvissuto a Chernobyl acquistano un significato più profondo per noi che le abbiamo sempre vissute sui libri storia. Diventa più facile comprendere alcuni racconti, adesso che abbiamo sperimentato cosa significhi aver paura di essere contagiati dal nostro vicino di casa

“All’improvviso non si poteva uscire di casa. Qualsiasi gesto poteva risultare pericoloso”

Una frase che letta così, non può che riportarci allo scorso anno, ad un presente in cui troviamo tuttora immersi, a quello stato di paura e di claustrofobia che il Covid-19 ha lasciato nella vita quotidiana.

Non fosse che questa frase non è recente, non è un commento alla difficile situazione che abbiamo vissuto negli ultimi 18 mesi.

Prende invece vita dal ricordo di quel che è stata l’esplosione nucleare di Chernobyl per Diana Lucia Merdi. Due storie così lontane e che pure, in quella paura dell’altro come fonte di contagio, trovano un sorprendente punto di incontro.

Era il 26 aprile, 1986 quando una nube nucleare al confine tra l’Ucraina e la Bielorussa ha avvolto la notte degli abitanti del Pyrat, e sfumato i colori del cielo del Kiev. Il numero ufficiale di morti a causa dell’esplosione nucleare di Chernobyl nel 1986 è  di 35, ma le conseguenze tragiche di questo evento hanno segnato in modo indelebile il destino di migliaia di persone.

Tra questi si incrocia la storia di Diana, che ha perso la mamma a causa delle radiazioni troppo forti, ed è stata poi trasferita in Italia nel 1998, a Codogno: la prima zona rossa italiana del 2020, dove l’emergenza, la distanza e la paura, hanno riaperto squarci dolorosi per lei, fantasmi che hanno ripreso corpo.

Il paradosso del destino si insinua qui tra le crepe dell’imprevedibilità.

La desolazione e il vuoto delle città, in cui gli unici abitanti sono i presidi militari, assottigliano qualsiasi distanza temporale tra il 1986 in Bielorussia e il febbraio 2020 a Codogno.

“Aprivi la finestra e vedevi soltanto il buio, solo il rumore delle ambulanze. La morte che dilaga nelle strade della città. Solo panni stesi, abbandonati prima dell’evacuazione. Ciò che lega Chernobyl e il primo focolaio era la paura dell’altro, che ci si potesse contagiare. La mia storia si divide in 2 parti. La prima in cui sono la bambina di Chernobyl, la seconda in cui sono figlia dei miei genitori”.

Il color ghiaccio degli occhi, la pelle di porcellana, chiara, non riescono a tradire le origini di Diana, nata in un paesino a Sud Est dalla Bielorussia, che si trova a 300 km dalla base nucleare di Chernobyl. Passarono 24 interminabili ore prima che il governo decidesse di evacuare le zone limitrofe.

Noi bambini di Chernobyl eravamo un po’ un esperimento, qualcosa di strano. Mi è capitato che mi abbiano chiuso in uno sgabuzzino per vedere se mi illuminavo, perché leggenda diceva che chi avesse assorbito le radiazioni si illuminava di notte”

Le radiazioni non si vedono, succede tutto dentro, ed è così è stato per il Covid-19. Non ha voce ha solo un rumore. Come si combatte un nemico invisibile?

Per 10 anni non si è potuto raccogliere il latte delle mucche in Bielorussia e lo Iodio 131 era presente nelle verdure. Infatti nel 1986 crollano le vendite di verdure e formaggi freschi ed anche in Italia arrivano disposizioni del Ministro della Salute Degan di vietarne la vendita per 15 giorni.

“Ciò che vive in me, è la rabbia verso l’arroganza dell’essere umano, del suo credersi impotente.”

La coscienza della storia spalanca la memoria di chi come Diana era stata già sconvolta da un nemico invisibile. Non è solo il Covid che ha riacceso la coscienza di Diana. Quattro anni fa si è risvegliato il reattore 4 di Chernobyl. Dopo 35 anni ha ripreso l’attività di fissione della grande massa di materiale radioattivo, un’attività che oltretutto, aumenta di anno in anno.

L’esplosione di Chernobyl continua ad avere ripercussioni sulla storia di quei bambini che sono caduti in disgrazia e miseria, dimenticati dallo Stato. Non si tratta solo di malattie di tipo tumorale diffuse in una percentuale altissima di popolazione, ma di traumi infantili.

La storia di Diana e Yury

Darya e Yury rappresentano due storie diverse che si uniscono.

Yury è nato il 6 maggio 1986, a pochi giorni di distanza dall’accadimento. Ogni anno era costretto a fare controlli: analisi del sangue e controllo della tiroide ed a 3 anni ha perso il padre. Viveva in una casa popolare, dove le cucine sono in condivisione, e la stanza da condividere con gli altri cinque membri della sua famiglia,  La famiglia ad un certo punto si divide, portando il ragazzo ad andare a vivere con il suo padrino. Yuri da quel momento inizia a condurre una vita di eccessi, da ragazzo di strada.

Darya invece adesso ha 20 anni ed è nata in Bielorussia. l’Italia è diventata una vera e propria ancora di salvezza per i ragazzi di Chernobyl, ospitati da vari centri durante le vacanze estive con la possibilità di respirare aria pulita.

Darya non era ancora nata quando avvenne il disastro nucleare nella sua città, eppure ha scontato sulla sua pelle quasi tutte le conseguenze che questo disastro ambientale ha portato con sè.

Casa mia era un vero disastro, ce l’aveva data lo Stato. Non avevamo il cibo, non avevamo la porta, e venivano barboni a bussare da noi. Mia madre soffriva di schizofrenia.

Il suo italiano non è ancora perfetto, ma chiaro come le immagini che racconta, spesso rotte dalla paura e dalla commozione di una vita lontana ma che addolora nel ricordo.

A 5 anni gli assistenti sociali mi prendono con sé. Mia madre quel giorno cerca di imbandire la tavola al meglio delle sue possibilità ma vengo comunque affidata ad un’altra famiglia, nello stesso paese dove viveva. Questo la rese gelosa e vulnerabile tanto che buttava pietre contro la finestra. Furono costretti a portarmi via. Da li ho iniziato a vivere nelle casa famiglia

Yury invece non ha mai perso i rapporti con la sua famiglia. Racconta che l’estate anche lui come Darya veniva in Italia dalla famiglia adottiva per respirare l’aria pulita. All’inizio l’affetto della famiglia toscana lo metteva in difficoltà. “Mi ricordo che ero in un angolino, e per me era stranissimo perché qui tutti si abbracciavano.” Quando ritornava in Bielorussia rimaneva chiuso in casa perché non riusciva ad affrontare la realtà e la fatica di doversi reintegrare.

Quando torni alla realtà non puoi mostrarti educato, perché potevi diventare una mira, quindi devi cambiare la camminata e l’abbigliamento. Quando tornavo a casa dovevo rasarmi i capelli.”

Darya invece racconta come “la seconda casa famiglia aveva 10-15 bambini, ma li prendevano per soldi. Ogni bambino vale un tot di soldi. Ci menavano e non sempre ci davano da mangiare. Certe volte il cibo era avariato o era cibo per cani.” Riprende a raccontare la sua vita in casa famiglia. Gli unici momenti di sollievo erano le vacanze estive romane in cui non raccontava tutto ai suoi genitori adottivi, perché temeva di farli stare male se avessero saputo veramente quello che le accadeva una volta tornata in casa famiglia.

Leggi anche:  Cern, una nuova scoperta sfida le leggi della fisica

Quando arrivavi all’aereoporto tutti i bambini in affidamento estivo piangevano. Io però me lo sentivo quando sono arrivata la prima volta in Italia, che un giorno sarei rimasta qui per sempre. Alle vacanze di Pasqua nel tempo si aggiunsero quello estive, fino all’affidamento ufficiale per Darya e Yury, che sorridono con un sollievo da quel dolore che ancora raschia la voce.

L’esplosione della base nucleare ha generato plurime storie di ingiustizia che si legano ancora ad una parola che fa paura, una voragine: Chernobyl, quel luogo che il giornalista Pino Scaccia sul TG nazionale chiamò il “sarcofago malato”.