Biologia e tecnologia, qual è il confine da non oltrepassare?

Con lo sviluppo della tecnologia tra non molto, e in alcuni casi è già possibile, possiamo operare sulla biologia stessa del nostro corpo. Ma e forse giunto il momento di iniziare a riflettere su quali possono essere i limiti e i confini che dobbiamo darci nell’ambito della ricerca tecnologica e del biohacking

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Bio hacking (foto Unsplash)

La lunga riflessione pubblicata su Futuranetwork a firma di Flavio Natale apre un dibattito importante. Su diverse testate internazionali, tra cui The Economist, si iniziano a trattare i primi studi di sequenziamento del genoma dei neonati. Una pratica che permette di individuare tutte le possibili patologie e condizioni che il bambino svilupperà non solo nei primi anni di vita ma anche, a seconda dei test che vengono svolti, nel futuro adulto.

Eseguire uno screening alla ricerca di malattie genetiche per individuare per esempio i marker della fibrosi cistica oppure dell’anemia falciforme può essere quindi un modo per arrivare tempestivamente a un trattamento salvavita precoce.

C’è però il rischio che oltre a rintracciare le malattie neonatali e infantili il sequenziamento del genoma riesca ad individuare altre patologie, come per esempio quelle della terza età. E la domanda diventa quindi: quale genitore vorrebbe sapere fin dalla nascita se il proprio figlio o la propria figlia raggiunta la terza età svilupperà o meno L’Alzheimer? La risposta è: pochissimi.

Almeno stando ai risultati del convegno che si è svolto presso il Genomics England a Londra e cui hanno partecipato anche molti genitori che hanno manifestato due sentimenti e due pensieri molto netti.

Secondo quanto riportato dal genetista clinico consulente proprio di Genomics England David Bick, i genitori vogliono innanzitutto risposte chiare: non si accontentano di un “Probabilmente” ma pretendono che lo screening sia in grado di dire se il proprio figlio o la propria figlia svilupperanno o meno la determinata malattia per cui è stato svolto l’esame.

Il secondo pensiero manifestato, sempre nel corso del convegno, è il fatto che in realtà i genitori vogliono screening di un numero limitato di patologie, che sono proprio quelle che possono mettere a rischio la vita dei propri figli quando sono ancora piccoli.

Oltre allo screening, ricorda sempre Flavio Natale, ci sono le questioni dell’editing genomico ovvero della modifica attiva di una parte del genoma, quindi del DNA. Uno dei metodi più utilizzati al momento è il Crispr-Cas9, la cui tecnologia è servita anche a creare il test che identifica il coronavirus. Con questo metodo si taglia la porzione di sequenza genetica alterata per poterla sostituire con una non affetta dalla modificazione che rischia di provocare la malattia individuata.

Ma come ricordato un paio d’anni fa da Chiara Toninelli, presidente comitato scientifico di Fondazione Veronesi, se l’editing genetico “è considerato l’approccio più promettente per la terapia genica del futuro, poiché potrebbe permettere di correggere geni difettosi senza fornire una copia sana dall’esterno” occorre anche essere consapevoli che questo sistema potrebbe, nonostante si tratti di una possibilità rara, portare a una riparazione del taglio del DNA non corretta e quindi mutazioni impreviste.

E altrettanto importante, sempre nelle parole di Toninelli, è porsi alcune domande: “Quali geni andiamo a modificare? E per quale ragione ci si appresta a farlo?“. Perché è chiaro che se si va ad agire a livello genetico per far sì che un essere umano non si ammali di una determinata malattia siamo di fronte a un utilizzo sano e giusto della tecnologia. Diverso è il discorso “se si vogliono modificare le caratteristiche fenotipiche di un individuo o se si intende potenziare una funzione biologica“.

Il potenziamento o la modifica fenotipica, che ricorda da vicino i film di fantascienza ma come dimostra la ricerca che avanza ormai è scienza reale, di un essere umano cade, secondo Toninelli e secondo buona parte della comunità scientifica, al di fuori di quelli che devono essere i limiti della ricerca scientifica e anche delle pratiche di biohacking.