La scuola italiana quando accoglie è già fragile: il Miur corre ai ripari

In Italia, la scuola accoglie i bambini in fuga ma finiscono per integrarsi nelle criticità di cui soffre endemicamente. Di cosa parliamo

La scuola italiana è già fragile, quando accoglie. E il Miur corre ai ripari
Bambini (Foto Unsplash)

Si sa, quando scoppiano guerre, carestie o crisi di ogni sorta, a pagarne le conseguenze sono i bambini, le prime vittime. A onor del vero, c’è da registrare il fatto che molto spesso, l’Italia ha dato dimostrazione di porsi in prima linea nell’elaborazione di piani di assistenza in loco o di ponti aerei per agevolare la fuga dei più deboli e accoglierli presso le strutture del nostro Paese.

In ordine di vicende, lo abbiamo visto anche con l’emergenza ucraina; circa 17mila minori, infatti, accompagnati e no, hanno trovato ospitalità tra le famiglie italiani, da connazionali o nei centri di accoglienza. Ai minori, però, non si vuole soltanto garantire l’incolumità, la “salvezza” lontano dai teatri di guerra; l’intento è anche quello di sostenerli psicologicamente consentendo, innanzitutto, di proseguire il loro percorso scolastico.

Ecco quindi gli stessi bambini e ragazzi provenienti dall’Ucraina hanno trovato posto sui banchi dei nostri istituti scolastici, da quelli dell’infanzia alle superiori, sin dalla fine di febbraio 2022. Non possiamo ignorare che questo inserimento avviene in un contesto già fortemente provato da croniche criticità: il sistema scolastico italiano. Con una nota, datata 4 marzo 2022, il Ministero dell’Istruzione (Miur) ha annunciato lo stanziamento di un fondo extra pari a un milione di euro per finanziare l’impiego di mediatori culturali e corsi di alfabetizzazione.

Agli istituti, il fondo eroga 200 euro per ciascun alunno registrato nel Sistema informativo dell’istruzione. Inoltre, tramite il sito web, il ministro mette a disposizione materiali didattici e informazioni sul sistema scolastico ucraino; in estate, i minori profughi verranno coinvolti nelle attività estive nelle scuole. In tal senso il ministro Patrizio Bianchi prevede l’arrivo di nuovi investimenti.

Tuttavia le scuole dovrebbero essere già predisposte a gestire flussi continui e imprevedibili di bambini e ragazzi, i quali, in prevalenza, non parlano la lingua italiana e sono psicologicamente vulnerabili. Nella realtà dei fatti, però, non è così; scarseggiano i mediatori culturali ucraini e buona parte del piano d’emergenza scolastica avviene in termini volontaristici: come i corsi di italiano svolti dai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) e corsi online gratuiti offerti dal’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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Nel sistema scolastico italiano, la multiculturalità è un fatto assodato: al 2020, sono 877mila gli alunni con cittadinanza non italiana; provengono da famiglie appartenente il più delle volte a fasce socio-economiche basse, se non in povertà assoluta. Tra i banchi sono rapresentate circa 200 nazionalità, di cui Romania, Albania, Marocco e Cina sono i primi quattro Paesi.

Le politiche di integrazione non sempre trovano un terreno fertile, ma nonostante tutto l’Italia si conferma all’avanguardia: iscrizione in qualsiasi momento dell’anno per i minori nell’età dell’obbligo e piani didattici personalizzati. Il Miur ha supportato docenti universitari, dirigenti scolastici e associazione per realizzare programmi di peer education, contenuti interculturali sulle varie materie, valorizzando il plurilinguismo e le culture di origine.

Il nodo del problema si traduce in mancanza di sistematicità, che significa soffrire ben presto di risorse finanziarie carenti, in netto contrasto con l’alta formazione nella didattica dell’italiano per stranieri e migranti, dimostrata da moltissimi insegnanti specializzati. Occorre, per questi ultimi, “una formazione strutturale e periodica per lavorare in contesti interculturali, vanno rivisti la figura professionale e il contratto di lavoro”: questo dichiara Lucia Sorce, direttrice dell’Ic Rita Borsellino di Palermo.

Anche se le cose non vanno così male, le carenze del sistema formativo si fanno sentire anche sul fronte della disuguaglianza, riflessa sugli stranieri: con l’età di ingresso nel sistema formativo che incide sul processo di integrazione; la segregazione scolastica e il rischio di creare scuole-ghetto. Un utile indirizzo oggi sarebbe quello di separare i percorsi ossia la possibilità di scelta dell’indirizzo di studi della secondaria con meno rigidità e in una fase successiva del percorso: ciò che nel Regno Unito, viene chiamato tracking.