Censis, il tempo e lo spazio all’epoca della pandemia

Censis fornisce i dati dei cambiamenti su settori trasporti e turismo nel 2020. E apre la possibilità a nuovi scenari.

aeroporto vuoto
(pixabay)

Fin dalla prima comparsa del virus, in molti hanno sperato che questa frattura radicale negli usi e costumi comtemporanei potesse portare a dei cambiamenti collettivi positivi.

Tutti coloro che nell’accelerazione della contemporaneità vedevano un “male incurabile”, hanno accolto con curiosità ed atteggiamento interlocutorio il lockdown, nell’auspicio che diventasse fonte di riflessione culturale e di ripensamento sui valori attuali.

Ma non è stato così. Le statistiche rivelano che la maggior parte della popolazione auspica ad un ritorno alla “normalità”, intesa come ripresa delle consuetudini ante Covid.

Censis pubblica i dati sull’impatto del Covid nel settore trasporti e turismo. “Tra marzo e dicembre 2019 nello scalo romano di Fiumicino erano transitati 38 milioni di passeggeri, nello stesso periodo del 2020 sono stati appena 4,6 milioni (-88%). Malpensa è passata dai 25 milioni di passeggeri del 2019 ai 3,6 milioni del 2020 (-85,5%).”

Il settore della ricezione alberghiera e locazione turistica ha subito un decremento che rasenta la battuta d’arresto. “I dati provvisori, relativi alle presenze negli esercizi ricettivi del Paese nei primi nove mesi del 2020, testimoniano un dimezzamento dei volumi complessivi, (-50,9%) rispetto allo stesso periodo del 2019, con un crollo della domanda straniera (-69%) e un ridimensionamento rilevante del turismo interno (-33%).”

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Dalla crisi alle opportunità

Roma vuota
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In un comunicato stampa Censis, oltre a riportare i dati rilevati in Italia, invita a riflettere sul futuro. Le città sono state desertificate; i lockdown e lo smart working hanno comportato una riduzione sensibile degli spostamenti e una modifica radicale alla gestione del tempo casa-lavoro.

E’ il momento di ripensare alle moderne modalità di concepire lo spazio ed il tempo in funzione dell’insorgere delle nuove esigenze. E’ chiaro che il coronavirus ha creato una frattura nelle abitudini collettive, e non è detto che essa possa essere ricomposta così facilmente.

Le città storiche deserte testimoniano un utilizzo dello spazio pubblico dei centri storici ad appannaggio esclusivamente turistico.

Forse il tempo e lo spazio nelle città, al momento attuale, non è vuoto di significato; deve solamente essere ricomposto in una visione sociale che non utilizzi il patrimonio culturale solo come forma di consumo, ma anche come spazio vissuto, valorizzato dalle pratiche sociali di chi lo abita.

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In poche parole, le città ed i centri storici vivono un’opportunità di ridefinire la propria identità, e sarebbe un peccato sprecarla.