Il Garante della Privacy ha multato Glovo per aver violato i diritti dei riders

Il Garante per la privacy ha sanzionato Foodinho, del gruppo Glovo, per discriminazioni basate su un algoritmo

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(pixabay)

Continuano le segnalazioni di illeciti ai danni dei riders. I lavoratori impegnati in consegne a domicilio vivono costantemente sotto scacco dell’azienda, o meglio, di un algoritmo costituito dalle multinazionali per controllare tempi di lavoro, efficacia e feedback dei clienti. Tutto questo per garantire un servizio competitivo sul mercato. Ma nelle strategie mirate ad eliminare la concorrenza, non si possono dimenticare i diritti dei lavoratori.

Molte aziende, a partire da Amazon e dalle imprese di food delivery, automatizzano la gestione delle risorse umane demandando il lavoro ad un algoritmo, capace di mappare le consegne e gestire gli apprezzamenti dei clienti.

Il Garante per la privacy, ovvero il Garante per la Protezione dei dati personali, ha rilevato numerosi illeciti ai danni dei riders. L’algoritmo può estromettere dalle consegne un lavoratore che non risponde tempestivamente alle chiamate, o che riceve feedback negativi, talvolta basati su motivazioni discriminatorie.

Il GPDP ha intimato la società Foodinho, controllata da GlovoApp23, di modificare il proprio algoritmo per proteggere i dati personali dei propri riders, ed assicurarsi che non vengano incoraggiate politiche discriminatorie. La società Foodinho non ha informato i lavoratori sul funzionamento del sistema algoritmico; non ha garantito ai lavoratori di ottenere l’intervento umano in caso di problemi; non ha lasciato spazio alcuno per esprimere la propria opinione o avanzare rimostranze. Queste le accuse del Garante per la privacy.

I feedback dei clienti delle aziende food delivery possono influenzare notevolmente la possibilità di lavoro dei riders. Il Garante della privacy ha sanzionato Foodinho per 2,6 milioni di euro, conferendogli la possibilità di implementare le misure necessarie ad una corretta gestione del lavoro dei riders entro 60 giorni dalla comunicazione dell’illecito, procrastinabili per ulteriori 90.

Quando la gestione delle competenze lavorative viene delegata ad un algoritmo basato sull’incremento della produttività, è facile incorrere nella violazione dei diritti dei lavoratori. La tecnologia sta sempre più prendendo piede nel mondo del lavoro, ma è lecito chiedersi quale limite si deve porre all’egemonia dell’algoritmo, che seppur capace, necessariamente esclude la componente umana del lavoro.

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A questo link il comunicato del Garante della privacy