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Quando si tratta di caro spread, la maggior parte dell’attenzione è rivolta alle banche naturalmente. Ma c’è un altro settore che patisce l’ampia esposizione al rischio sovrano: quello assicurativo. Gruppi come Allianz, Unipol e Generali, ma anche altri, hanno troppi titoli di Stato, in particolare Btp, da tenerli lontani da qualsiasi pericolo.

L’esposizione al rischio si spiega con la scarsa partecipazione del mercato obbligazionario privato in Italia, costituito nettamente da titoli emessi da società estere, e da quello prevalentemente pubblico, che supera il 50% e che mostra eccessiva volatilità dei prezzi.

Per verificare quanto sia solido il sistema assicurativo viene utilizzato l’indice di solvibilità, utilissimo per capire se il patrimonio del settore sia in grado di fare fronte ai debiti. A fine 2018, questo indice era a 224, più del doppio rispetto a 100, considerato il minimo regolamentare. Anche se il patrimonio è in grado di coprire le obbligazioni, ciò che è accaduto tra marzo e settembre 2018 non va trascurato. Infatti, in quel lasso di tempo, la crisi dello spread bruciò una decina di punti percentuali.

Ogni volta che lo spread aumenta di un punto percentuale, il costo del valore patrimoniale netto degli istituti di credito aumenta del 20%. La stessa identica cosa accade anche alle compagnie assicurative italiane. Però, stando a quanto affermato dall’Ivass e dall’EIOPA, sono benissimo in grado di resistere a shock particolarmente drastici su variabili finanziarie, demografiche e assicurative.

Per quanto riguarda il reddito delle compagnie assicurative, l’aumento dello spread nel 2018 ha causato una diminuzione del 6,4% del capitale e delle riserve, con il ramo vita che ha mostrato la percentuale maggiore (3,8%). Per fortuna, a novembre 2018 il saldo fra plusvalenze e minusvalenze è aumentato, grazie soprattutto alla ripresa dei titoli di Stato.