Grazie alle nuove tecnologie dai cellulari dismessi si possono ricavare materie prime preziose

Il progetto Portent, co-finanziato dalla Regione Lazio, intende recuperare materie prime preziose, come oro, argento e rame dai cellulari non più funzionanti

smartphone rifiuti
(unsplash)

Anche i vecchi telefonini possono trasformarsi in oro. E non è una versione moderna del mito greco di Re Mida, che con il tocco trasformava tutto in oro, ma una realtà che può essere introdotta grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie. Sono sempre maggiori gli studi scientifici che confermano che dalla tecnologia emerge una quantità impressionante di rifiuti tossici, che nella migliore delle ipotesi vengono riciclati male, nella peggiore finiscono ad inquinare territori di Paesi a basso reddito come l’Africa.

Danilo Fontana, ricercatore Enea e responsabile del progetto Portent, spiega: “È in crescita la quantità di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, soprattutto a causa di tempi di obsolescenza tecnica sempre più ridotti. Questo fenomeno potrebbe generare seri problemi di gestione legati alla presenza di metalli e sostanze nocive che rappresentano un rischio reale per la salute dell’uomo e dell’ambiente”. 

Ma questa storia è diversa. Il fine vita dei cellulari non diventa solo un altro ammasso di rifiuti. Il progetto si chiama Portent, co-finanziato dalla Regione Lazio con circa 140mila euro attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e coordinato dal Laboratorio Enea ‘Tecnologie per il Riuso, il Riciclo, il Recupero e la valorizzazione di Rifiuti e Materiali’.

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A quanto pare all’interno dei cellulari ci sono materiali nobili quali oro, argento e rame che possono essere recuperati e riutilizzati. Una tonnellata di schede elettroniche da telefoni a fine vita contiene in media 276 grammi di oro, 345 grammi di argento, 132 chilogrammi di rame; se si considerano poi altri componenti, come magneti e antenne integrate ad esempio, l’elenco si allunga con le terre rare (quali ad esempio neodimio, praseodimio e disprosio) che possono raggiungere 2,7 chili per tonnellata di smartphone.

Questo consentirebbe un vantaggio in una doppia ottica: da una parte limitare l’accumulo di rifiuti, incentivando sempre di più il ritorno a nuova vita dei materiali elettronici di scarto, e dall’altra, in un momento storico in cui è presente forte penuria di materie prime nobili, recuperarle senza dover investire in ulteriori attività di estrazione, che sono costose ed inquinanti.