All’Aquila apre Maxxi, un museo di arte contemporanea per rilanciare il territorio

A l’Aquila è stato inaugurato il 30 maggio il nuovo Maxxi. Artisti di fama mondiale hanno contribuito alla creazione di questo nuovo museo.

maxxi aquila
(pixabay)

I luoghi raccontano. U

n bellissimo romanzo di Sebald dal titolo “Austerlitz” ne è clamoroso esempio. L’autore passa in rassegna le strutture architettoniche della città di Londra contemporaneamente con lo svolgimento della narrazione.

Gli spazi (naturali, artificiali) entrano in dialogo diretto con chi vive il privilegio di fruirne. Se si presta attenzione ad un luogo, durante una passeggiata, si può accogliere la voce di palazzi, strade, soffitti, stanze, che sono lì, ansiosi di raccontare qualcosa. Da questo presupposto osmotico nascono i musei di arte contemporanea di tutto il mondo, i quali, oltre ad esaltare le opere d’arte in essi contenute, sono palesemente progettati per conferire un “significato” al fruitore.

Il 30 maggio vede i natali nuovo Maxxi a l’Aquila, museo d’arte contemporanea inserito nello splendore del palazzo settecentesco Ardinghelli. L’edificio, dopo il terremoto del 2009, è stato restaurato grazie ai 7 milioni donati dalla Federazione Russa.

Dal nome potrebbe sembrare un’appendice del Maxxi di Roma. Giovanna Melandri, presidente del museo, afferma: “Non è una sede distaccata, questo è il Maxxi, un laboratorio, propulsore di cultura e di arte, contatti internazionali e con il territorio”.

L’apertura di questo museo è stata fortemente voluta dal Ministro della cultura Franceschini, che ha partecipato in prima linea all’inaugurazione della struttura. L’idea di aprire un museo di arte contemporanea a l’Aquila, epicentro del terremoto devastante del 2009, è stato un modo per restituire alla città ciò che le apparteneva: un passato.

L’intenzione di far dialogare il passato con il presente, data dal connubio degli stucchi 700eschi con opere di autori del calibro di Boetti, Cattelan, Gabriele Basilico, Toyo Ito, Piero Manzoni, Maria Lai, e tanti altri, rappresenta simbolicamente il desiderio della struttura di conversare con la città intera, che a 12 anni dal disastro è ancora un covo di macerie.

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Quest’immagine potrebbe sembrare dissonante, uno sfarzo inutile in mezzo alle rovine di una tragedia umana. Al contrario, ad opinione di chi scrive, è un tentativo di mostrare la forza della voce del passato, che seppur distrutto, vuole ancora far parte del presente.