“Ovunque ma non in Siria”, il nuovo rapporto di Save the Children sull’infanzia compromessa

L'80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e a farne le spese sono sopratutto i bambini.

“In Siria ero felice, giocavo a calcio ed ad altri sport. Poi la violenza è iniziata, e con essa abbiamo iniziato a soffrire. Non c’era nulla che non usassero per farci del male. Io ero terrorizzata…Ho iniziato a nascondermi. Nascondermi è meglio che morire”.

Nour, aveva 9 anni quando è iniziato il conflitto. Ora ne ha 18, e racconta agli operatori di Save the Children la sua infanzia compromessa.

La “prima età” è un momento della vita che si inscrive come un’orma su tutta l’esistenza futura. Preservare il diritto all’infanzia è un compito di adulti ed istituzioni, che si devono adoperare al livello mondiale per mantenere integra la condizione psico-economica dei bambini.

In molte situazioni, specialmente nei paesi devastati da conflitti pluriennali, a supplire il vuoto operativo delle istituzioni occidentali sono le associazioni umanitarie.

Save the Children è da decenni impegnata nella difesa dei bambini. Il rapporto “Ovunque ma non in Siria” mette in luce la difficile condizione infantile dei bambini siriani rifugiati all’estero. Secondo l’indagine, l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Nel 2020 ci sono state 2.600 gravi violazioni nei confronti dei bambini, e 1.454 sono stati uccisi o gravemente feriti.

Quasi 9 bambini su 10 rifugiati in Giordania, Libano, Paesi Bassi e Turchia non vogliono tornare nel proprio paese. Lì non vedono un futuro per se stessi e per le proprie famiglie. Vogliono vivere in un luogo dove sentirsi al sicuro.

Per dare voce a chi non ne ha è stato steso il rapporto di Save the Children sulla condizione dei bambini siriani nel proprio paese ed all’estero.

“Bambine e bambini fuggiti dalle loro case in Siria, in cerca di un luogo dove sentirsi al sicuro continuano a dover fare i conti con discriminazioni e scarso accesso all’istruzione, come confermano 2 minori su 5 tra quelli che abbiamo ascoltato. In Libano, per esempio, il 44% dei minori siriani non va a scuola, il 36% in Giordania e il 35% in Turchia, Paese che ospita attualmente 3,7 milioni di rifugiati siriani e più di 300 mila richiedenti asilo, di cui il 46% sono bambini”

Secondo il rapporto di Save the Children le motivazioni principali per cui i minori siriani rifugiati all’estero non riescono a studiare sono: l’impossibilità di affrontare i costi scolastici (41%); discriminazioni (29%); motivi di sicurezza (19%); mancanza di documenti (19%).

Quasi il 20% dei bambini siriani afferma che la propria maggiore aspirazione è continuare a studiare e vivere in un contesto in cui sentirsi al sicuro e non avere paura.

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Si può erroneamente pensare che i bambini che vivono sull’orlo della sussistenza pensino solo al presente, alle necessità fondamentali per la loro sopravvivenza. I bambini siriani, anche se in difficoltà, rimangono sempre bambini, con le loro aspirazioni ed i loro sogni per il futuro. Sta a noi non tradirli.