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La strada da percorrere per banche e intermediari italiani è ancora molto lunga prima che l’adeguamento alla direttiva Mifid 2, la quale pretende trasparenza sui costi collegati ai servizi di investimento, diventi totalmente effettivo.

Seconda una ricerca condotta da Moneyfarm (Società di gestione del risparmio digitale), è emerso che:

  • La documentazione che concerne la consulenza sugli investimenti, oltre alla gestione dei portafogli, è stata completata soltanto del 25%.
  • Molto spesso bisogna recarsi in filiale per ottenere chiarimenti in merito all’effetto complessivo dei costi sui rendimenti.
  • Soltanto nel 45% dei casi i costi per la consulenza vengono evidenziati, mentre solo nel 19% quelli relativi alla gestione dei portafogli.
  • La documentazione relativa alla consulenza finanziaria nel 60% dei casi viene consegnata soltanto sotto forma verbale.
  • Le informazioni riguardanti le spese per i servizi accessori, i costi accessori e per operazioni è molto spesso carente.
  • Spesso i clienti devono recarsi in filiale per avere dai consulenti le informazioni sui costi applicati ai servizi offerti.
  • La presentazione dei costi prima della stipula del contratto da parte dei clienti è carente, soprattutto perché avviene spesso sotto forma verbale e generica.

Inoltre, fino al 30 giugno tantissimi intermediari non avevano dato vita alla rendicontazione, nonostante il Mifid 2 prevede l’obbligo di farlo già da gennaio 2018. A causa di questa poca attenzione, a febbraio è intervenuta la Consob per richiamare banche e intermediari a mostrare maggiore attenzione e rispetto di quanto richiesto dal Mifid 2.

Insomma, dopo un anno e mezzo, la trasparenza delle informazioni per tutelare gli investitori è un qualcosa che gli intermediari non hanno ancora metabolizzato completamente. La speranza è che, nei prossimi mesi, la consapevolezza e il controllo dei costi possano spingere le banche ad adeguarsi a quanto stabilito del Mifid 2.