Sanità Lazio: Sindaci in Protesta per le Case di Comunità Vuote e Mancanza di Personale

Davanti alla Pisana, sindaci con fascia tricolore e cartelli improvvisati chiedono una cosa semplice: aprire le porte delle Case della Comunità e metterci dentro persone in carne e ossa. Non più tagli di nastro, ma medici, infermieri e orari veri. Perché i muri, da soli, non curano nessuno.

La scena è quella di un martedì d’estate a Roma. Decine di sindaci arrivano da tutta la Regione. Dicono che la sanità territoriale del Lazio somiglia a un cantiere perenne: edifici rifatti, insegne nuove, ma dentro poco o niente. Sul banco degli imputati finiscono le Case della Comunità, l’intervento simbolo del PNRR in ambito salute. La promessa era forte: portare servizi vicini a casa, ridurre i viaggi in ospedale, tenere a bada le liste d’attesa grazie a equipe multiprofessionali.

Non è solo un tema di politica. È il bisogno di chi esce dall’ambulatorio senza risposta, dell’anziana che aspetta il fisioterapista che non arriva, del paziente cronico rimbalzato tra sportelli. A volte le persone vedono luci accese e porte chiuse; altre, orari ridotti e un cartello “torno subito” che diventa eterno.

I sindaci parlano di “scatole vuote”. E qui sta il punto che nessuno può eludere: senza personale sanitario stabile, la riforma resta a metà. Il progetto nazionale prevedeva una rete capillare entro il 2026. Nel Lazio molte strutture sono state inaugurate o riconvertite, ma il nodo è mettere insieme équipe complete: medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, fisioterapisti, psicologi, amministrativi per la presa in carico. Alcuni tasselli ci sono, altri mancano, e la coperta è corta soprattutto nei distretti periferici.

Cosa c’è dentro (e cosa manca)

Dentro una Casa della Comunità dovresti trovare servizi di base e specialistici, diagnostica leggera, presa in carico delle cronicità, una Centrale Operativa Territoriale collegata, e l’infermiere di famiglia come porta d’accesso. In diversi punti del Lazio qualcosa funziona: vaccinazioni, prime visite, assistenza domiciliare che riparte. Ma la discontinuità è evidente. Alcune sedi aprono a singhiozzo, altre non hanno ancora l’organico minimo per coprire la settimana. E il cittadino, davanti a orari ballerini e agende piene, rifinisce in pronto soccorso: l’esatto contrario dello spirito della riforma.

Sul tavolo regionale, la linea è nota: bandi, stabilizzazioni, mobilità interna, contratti per colmare i buchi. La Giunta di Francesco Rocca rivendica un calendario di attivazioni e assunzioni. Gli amministratori locali replicano: “Troppo lento, servono tempi certi e mezzi straordinari”. Entrambi dicono la verità, ciascuno dalla sua angolazione. Perché i concorsi richiedono mesi, e i professionisti scarseggiano in tutta Italia.

Il nodo del personale e i tempi

Qui arriva il tema più concreto. Servono incentivi per portare medici e infermieri nelle aree scoperte: indennità territoriali, orari flessibili, team misti pubblico-territoriali, collaborazione strutturata con medici di famiglia e pediatri, uso serio della telemedicina per le cronicità. E poi un dettaglio che dettaglio non è: segreterie e sportelli capaci di orientare, altrimenti le liste d’attesa non scendono mai.

I numeri aiutano a restare ancorati: gli obiettivi del PNRR scadono nel 2026 e riguardano l’intera rete nazionale (Case, Ospedali di Comunità, COT). Quanti servizi siano oggi realmente operativi, con equipe complete, varia da Asl a Asl. Non esistono dati omogenei e aggiornati ogni mese: dove i conteggi ufficiali non arrivano, vanno presi per quello che sono i racconti dal territorio, non verità statistiche.

Alla fine resta un’immagine: una porta automatica che si apre su una sala d’attesa pulita, vuota, silenziosa. È un paradosso che possiamo spegnere solo riempiendola di voci, turni e responsabilità chiare. La domanda è semplice e riguarda tutti: quando trasformiamo i luoghi della cura in cura che accade, qui e adesso?

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