Media e crisi climatica, Greenpeace denuncia il greenwashing dell’informazione

Uno studio rivela come la stampa gridi a bassa voce sull’emergenza climatica per non disturbare la pubblicità dei combustibili. I dettagli

Media e crisi climatica, Greenpeace denuncia il greenwashing dell’informazione
Greenwashing (Foto Adobe)

La potenza è nulla senza controllo, dichiarava uno slogan di uno spot pubblicitario entrato nella storia. Alla stessa maniera, circa ogni aspetto della vita (almeno sotto l’aspetto pratico), per agire con consapevolezza bisogna essere informati, scientemente istruiti e portatori di una conoscenza lucida e dinamica. Si potrebbe aggiungere che occorre ricevere un’informazione “possibilmente” corretta. 

Sgombrando il campo da mezze misure, bisogna subito dire che sulla tematica tristemente in voga legata all’emergenza del clima, un’informazione del tutto scevra da lati oscuri, “detto-non-detto”, fraintendimenti ed omissioni – quest’informazione – non c’è. Una dimostrazione è data dalla ricerca commissionata da Greenpeace all’Osservatorio di Pavia, istituto di alta specializzazione nel campo dell’analisi della comunicazione.

Sono stati presi sotto esame cinque dei maggiori quotidiani italiani, passando la lente sugli articoli pubblicati fra i mesi di gennaio ed aprile 2022. Una premessa doverosa da fare sta nel fatto che, come è noto, i quotidiani si sostengono soltanto in minima parte con i proventi dei loro lettori e non stupisce che le loro pagine siano intrise di spazi pubblicitari, talvolta estesi per l’intero verso cartaceo.

È inevitabile che prima o poi il suddetto spazio venga occupato da un colosso dell’industria, da un importante marchio leader nel mercato, così grandi da rivestire il ruolo di antagonista nella denuncia scritta poche pagine più avanti o più indietro. Cosa succede? Quella veste non verrà mai indossata (piuttosto una fallace maschera) o più probabilmente quell’articolo non verrà mai scritto.

Troppo impattante il monopolio degli investimenti pubblicitari dettato da talune superaziende per rischiare la fuga di fondi, rendendo le casse di un giornale improvvisamente esangui. Eludere una notizia o un fenomeno non costerà poi molto (rispetto ai rischi); di certo il prezzo deontologico è drammaticamente alto. Nello studio, è emerso che due articoli al giorno, in media, parlano per cenni alla crisi climatica, e soltanto uno ne discute in termini espliciti.

Al contrario, si estende ancora lo spazio concesso alle pubblicità dell’industria dei combustibili fossili, nonché alle aziende automobilistiche, aeree e crocieristiche; insomma, le stesse che contribuiscono direttamente al riscaldamento del pianeta. Inoltre, la “narrazione” di questi colossi surclassa quella delle associazioni ambientaliste e il tema della crisi climatica assume un carattere preminentemente economico, sufficientemente politico e scarsamente ambientale e sociale.

La forma scelta (ad esempio dalle compagnie degli idrocarburi) per esporsi al pubblico della carta stampata è quella nota del greenwashing, il quale contamina il dibattito pubblico e l’informazione medesima. Mentre la gravità dell’emergenza ambientale viene inquinata giorno dopo giorno dal denaro di coloro che contribuiscono generosamente al disastro, il giornalismo viene chiamato alla responsabilità di severo osservatore (watchdog) nel contrasto alla degenerazione dei fenomeni ambientali, senza censure e senza l’ingombrante presenza degli investitori del gas e del petrolio.

Tra gli esaminati, soltanto il quotidiano Avvenire si è distinto – per il rotto della cuffia – rispondendo a 3 dei 5 parametri presi in considerazione, ovvero: quanto si parla della crisi climatica; citare i combustibili fossili tra le cause; quanta copertura mediatica hanno le aziende inquinanti; l’entità del loro spazio pubblicitario; la trasparenza delle redazioni rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende che inquinano. A seguito di questa ricerca, Greenpeace lancia una petizione ai cittadini europei che vengono ora chiamati in causa – come l’organizzazione stessa conclude – a “rompere il patto di potere che incatena i mass media all’industria dei combustibili fossili”, chiedendo lo stop a qualsiasi sponsorizzazione e pubblicità da parte delle aziende coinvolte.