Le etichette “cibo naturale”spesso sono fuorvianti: SAFE chiede all’UE di esprimersi sul tema

Non basta l’appellativo naturale per definire sano un prodotto. In molti casi, ed in assenza di definizione, può essere solo greenwashing

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Cibo naturale (Foto Unsplash)

Come si può definire un cibo naturale? Opposto a chimico? Non processato? Derivante da materie prime biologiche? Sono tutte definizioni valide, che però in assenza di una visione univoca possono generare confusione nei consumatori. Chi acquista sa solo che “naturale” è un valore aggiunto, e che “fa bene”. Ma cosa poi contenga davvero il cibo o bevanda naturale non è sempre dato sapere. E soprattutto cosa legittimi un azienda ad etichettare un prodotto come naturale.

Partendo dal presupposto che i prodotti confezionati non possono per definizione essere naturali, ovvero privi di qualunque lavorazione o intervento umano, si può tentare una direzione che sia il più onesta possibile nei confronti dei consumatori. E questo è un dovere. In caso contrario, ovvero in assenza di definizione e di regole per l’etichettatura, si lascia spazio a chiunque di avvantaggiarsi commercialmente portando avanti operazioni di greenwashing, nel senso più ampio del termine.

L’associazione no profit “Safe food advocacy Europe” ci ha provato, ha avviato una campagna informativa per mettere in guardia i consumatori dai cibi etichettati come naturali che invece contengono sostanze chimiche. In assenza di una regolazione normativa, si possono definire naturali a piacimento prodotti con sostanze chimiche aggiunte. Per cui l’associazione chiede che vengano al più presto generate delle etichette dove naturale non sia solo un nome, ma anche una certificazione.

In particolare SAFE suggerisce che per guadagnare questo bollino in etichetta, il prodotto deve essere privo di OGM, di sostanze chimiche aggiunte e biodegradabile. E’ importante ricordare che la corretta etichettatura è una tutela del consumatore che desideri avere informazioni sul prodotto che sta comprando, ma di per sé rappresenta semplicemente una tutela sanitaria, non un reale avvicinamento del consumatore al produttore o al prodotto.

Anche se ormai tramite il QR code ci si può immergere nella narrazione della produzione di un cibo, sarà sempre una mediazione, che in quanto tale veicola un prodotto commerciale ed una “mission” di marketing. Si dovrebbe stare attenti a non premiare il pubblicitario più bravo, ma il prodotto più rispondente alle esigenze reali di sostenibilità ambientale e rispetto per gli animali.