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Diritti

“La violenza nelle carceri può essere evitata”, il Cpt lancia un appello alle amministrazioni penitenziarie italiane

A parere del Comitato europeo e di altre associazioni, è necessaria un’adeguata formazione della polizia carceraria nella gestione dei conflitti senza l’uso della forza

(pixabay)

“La pietra angolare di un sistema carcerario umano sarà sempre un personale carcerario opportunamente arruolato e formato, che sappia come adottare gli appropriati atteggiamenti nei propri rapporti con i detenuti e vedere il proprio lavoro più come una vocazione che come un mero lavoro”. Con queste parole il Comitato europeo per la Prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) manifesta i principi etici su cui dovrebbe fondarsi un modello carcerario più giusto.

Negli ultimi mesi in Italia abbiamo assistito a violazioni dei diritti dei detenuti che, seppur privati della propria libertà, rimangono sempre esseri umani. Senza porre troppo l’accento, ma allo stesso tempo senza dimenticare, la vicenda di Stefano Cucchi, è importante restituire una fotografia del sistema di sorveglianza nelle carceri italiane, e che tipo di impatto esso abbia sulla salute dei detenuti.

Innanzitutto quando si parla di personale penitenziario non ci si riferisce esclusivamente alla sorveglianza carceraria. All’interno delle case circondariali esistono una serie di figure professionali che ruotano intorno ai detenuti e che sono incaricate di occuparsi del loro benessere. Esse sono operatori sanitari, assistenti sociali, volontari e personale educativo. Il loro ruolo, e la

Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, Associazione italiana che si occupa di diritti umani e garanzie nel sistema penale, la polizia penitenziaria è la figura professionale maggiormente presenti all’interno delle carceri italiane. Praticamente, esiste quasi un poliziotto ogni due detenuti, mentre il personale educativo e di cura è sotto organico quasi in tutti gli istituti italiani.

Quindi, nonostante le indicazioni europee di rendere il carcere un luogo di riabilitazione e di reinserimento nella società prima che un istituto punitivo, l’evidente sbilanciamento del personale in favore della sorveglianza è un segnale forte delle indicazioni politiche su cosa si debba ottenere nell’ambiente penitenziario: la sicurezza in primis, a volte anche a discapito della salute e dei diritti umani dei detenuti.

Un report pubblicato dal Cpt emerge da un’indagine condotta nelle carceri italiane nel marzo 2019. Ne risulta che il personale penitenziario è inadeguatamente formato a stabilire un rapporto relazionale con i detenuti. L’umanizzazione dei carcerati è una condizione necessaria per prevenire le violenze e gli abusi di potere all’interno degli istituti.

Il report sottolinea che è necessaria una formazione adeguata sulla modalità di gestire i conflitti senza ricorrere all’uso della forza, come decretato dalla legge italiana del 1990 sulla smilitarizzazione della polizia penitenziaria, nel cui articolo 5 è specificato che essa “partecipa, anche nell’ambito di gruppi di lavoro, alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati…”.

In sostanza le leggi ci sono, al livello italiano ed internazionale, per garantire ai detenuti una buona qualità di vita ed escludere la possibilità di soprusi ed abusi di potere. Ma come sempre la carta è troppo lontana dalla pratica, specie se si parla di carcere, luogo che incute timore e desiderio di allontanamento.

Ma la questione della scarsa preparazione del personale addetto alla sorveglianza penitenziaria non può essere più sottovalutato. In assenza di empatia, capacità relazionale, viene fuori solo la distanza dei ruoli, tra chi la forza la agisce e di chi la subisce.

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L’associazione Antigone chiede all’amministrazione delle carceri italiane di approvare un modello etico condiviso in linea con il codice europeo, che restituisca alla polizia il ruolo essenziale di “facilitare il raggiungimento dello scopo della pena detentiva, ovvero il reinserimento sociale dei detenuti e degli internati, da attuarsi tramite un programma individualizzato di attività costruttive”.

A questo link l’editoriale di Osservatorio Diritti pubblicato il 9 novembre 2021

Pubblicato da
Giulia Borraccino