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La protesta di uno studente finisce con il TSO, Osservatorio Repressione denuncia il caso

Fano, uno studente di 18 anni protesta contro l’uso della mascherina in classe. Si incatena al banco. La scuola chiama il 118.

(pixabay)

E’ accaduto a Fano, nelle Marche, il 5 maggio scorso. Un 18enne, studente dell’istituto Olivetti si è rifiutato di indossare la mascherina in classe. Il giovane ha portato avanti con fermezza la sua individuale protesta, al punto da incatenarsi al banco con un lucchetto da bicicletta. Gli insegnanti ed il preside dell’istituto, dopo un fallimentare tentativo di far retrocedere lo studente dalla sua posizione, hanno chiamato il 118. All’arrivo dell’ambulanza il ragazzo è stato portato via contro la propria volontà e sottoposto al TSO, il trattamento sanitario obbligatorio. E’ stato ricoverato nel settore psichiatrico dell’ospedale locale per 5 giorni.

Questi sono i fatti. L’opinione pubblica ed istituzionale hanno prontamente portato il caso all’attenzione mediatica come emblema delle ingiuste restrizioni anticovid.

Ma in questa sede non è il rifiuto di indossare la mascherina il centro della questione, quanto la gravità delle conseguenze di una protesta pacifica.

Osservatorio Repressione, che da anni è impegnato nel portare alla luce casi di lesione dei diritti individuali e collettivi, conclude la narrazione della vicenda con una domanda:Davvero il ricovero in un reparto di psichiatria era l’unica soluzione di fronte alle proteste di un ragazzo che, almeno secondo le testimonianze dei suoi insegnanti e dei compagni di classe, non ha mai manifestato particolari problemi in ambito scolastico?”

Ed è la medesima che ci si pone in questo contesto. Il trattamento sanitario obbligatorio, ovvero la somministrazione di farmaci contro la volontà dell’individuo ed il suo ricovero coatto, per legge deve essere firmato da due medici ed avallato dal sindaco del comune di domicilio. Nel caso in questione il sindaco di Fano ha dichiarato che la sua firma è stato “Un puro atto formale”.

Come la storia e la dottrina religiosa insegnano, l’atto formale di avallare con una firma un’azione coatta sul corpo di un individuo non è un’azione neutra. Le conseguenze possono anche essere gravi.

Il problema, a mio avviso, si sposta rapidamente sull’incapacità pubblica, quale è la scuola, di confrontarsi con atteggiamenti anticonformisti. Il dialogo reale e la capacità di comprendere sembrano strumenti desueti, a cui è difficile ricorrere. E’ decisamente più semplice delegare ad autorità preposte a “contenere” il problema, pur se in modalità violenta.

Questo episodio risulta allarmante soprattutto se osservato nella prospettiva di una difficoltà sociale ad accogliere il dissenso. Meglio reprimerlo. Ma esistono delle leggi in proposito, e nel caso dello studente di Fano si può affermare che siano state violate.

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Il Trattamento sanitario obbligatorio, quando è necessario ricorrervi

(pixabay)

Il TSO, per legge, è consentito esclusivamente nei casi di presenza di malattia mentale acclarata. L’individuo affetto da patologia è considerato incapace di intendere e volere, ed a quel punto le autorità suppliscono a questa mancanza attraverso il ricovero coatto.

E qui si torna alla domanda iniziale: era davvero necessario sottoporre uno studente di 18 anni ad un’esperienza che lo avrebbe segnato per tutta la vita? Esistevano i presupposti reali per un trattamento sanitario contro la sua volontà?

La capacità di rispondere a queste domande, dopo essere venuti a conoscenza dei fatti, è affidata al buon senso individuale, ed alla capacità di discernimento che qualunque essere umano dovrebbe possedere.

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Quando un ricovero coatto è l’effetto di una deresponsabilizzazione generale c’è qualcosa che non va. E lo scenario narrato pericolosamente ricorda il tempo ed il luogo in cui Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein si sono incontrati.

Pubblicato da
Giulia Borraccino