Ogni giugno ha il suo rito: zaini leggeri, notti lunghe, promesse sussurrate. E poi il brusio che cresce, un coro di ipotesi: cosa uscirà alla prima prova? In mezzo al chiacchiericcio, una terna si fa strada e accende l’immaginazione: Grazia Deledda, l’anniversario della Repubblica e il linguaggio dell’odio.
C’è un professore che su queste cose ha fiuto. Enrico Galiano, insegnante e scrittore molto seguito da chi a scuola ci vive davvero, ha lanciato una “terna secca” per il toto-tracce. Tre piste diverse ma con un filo comune: identità, memoria, responsabilità. Nessuna certezza, certo: il Ministero tiene le buste chiuse e, onestamente, è meglio così. Ma le previsioni, quando hanno senso, aiutano a studiare con testa.
Partiamo da qui: l’Esame di Stato non è una lotteria. È un invito a collegare. E allora queste tre parole chiave dicono molto dell’aria che respiriamo.
Mettiamo in valigia Grazia Deledda. Nobel per la Letteratura nel 1926, unica donna italiana ad averlo vinto finora. Nata a Nuoro nel 1871, ha raccontato una Sardegna aspra e bellissima, i conflitti di coscienza, il peso della comunità, il richiamo del destino. Nelle sue pagine c’è un’Italia che cambia senza rumore, tra colpa, perdono, libertà. Roba che su un banco di scuola lavora benissimo: analisi del testo, temi universali, biografia essenziale, contesto storico-letterario. E un punto attualissimo: la voce femminile che chiede spazio in un canone ancora ingessato. Un brano da “Canne al vento” o “La madre” permetterebbe di parlare di interiorità e giustizia, con esempi concreti e leggibili.
Poi c’è l’anniversario della Repubblica. Il 2 giugno 1946 l’Italia scelse la forma repubblicana e votò, per la prima volta a livello nazionale, anche con il suffragio femminile. Gli “ottant’anni” scattano nel 2026: l’orizzonte è vicino e il tema è già caldo. È facile immaginare una traccia che intrecci memoria civica, Costituzione, cittadinanza digitale. Qui entra l’ultimo tassello: il linguaggio dell’odio. Non servono numeri sparati a caso: basta accendere un social qualsiasi. Le istituzioni europee monitorano da anni le rimozioni dei contenuti d’odio; le piattaforme segnalano migliaia di interventi. In Italia, il reato di propaganda e istigazione basata su razza, etnia o religione è punito dal Codice penale. Ma la cronaca ci ricorda che la sanzione non basta: servono educazione, esempi, alfabetizzazione emotiva.
Un professore mi raccontava che, in terza, prova sempre lo stesso esercizio: “Prendiamo un commento velenoso e traduciamolo in linguaggio civile”. All’inizio ridono. Dopo dieci minuti capiscono quanto sia difficile. È lì che la Maturità comincia davvero: quando trasformi l’impulso in scelta, la reazione in argomento.
Se uscisse Deledda, vedrei studenti raccontare la solitudine che brucia e la forza di chi resta. Se toccasse alla Repubblica, immaginerei un ponte tra nonni e nipoti, tra schede elettorali ingiallite e profili digitali. Se arrivasse il linguaggio d’odio, spero in esempi concreti: come spegnere l’incendio delle parole con una cultura del limite e del rispetto.
Galiano ha fatto la sua giocata. Non è un oracolo: è un invito a guardarci allo specchio. La vera domanda, alla fine, non è “cosa uscirà?”, ma “cosa vogliamo far uscire da noi” quando sarà il nostro turno di scrivere. Perché, a pensarci, ogni prima prova comincia molto prima della campanella. E magari continua, in silenzio, nel modo in cui parleremo domani.