Un filo teso tra brughiera e deserto, tra fame e polvere. Due romanzi nuovi, firmati Lynch e Vuillard, strappano la vernice dal mito del progresso e ci mettono davanti alle sue radici: contratti sporchi, terre recintate, corpi piegati. Non c’è nostalgia, non c’è favola: c’è la memoria ostinata di ciò che chiamiamo civiltà.
Radici Marce della Contemporaneità: I Nuovi Romanzi di Lynch e Vuillard Sfidano il Capitalismo Nascente
Comincia in Irlanda, tra zolle fredde e vento tagliente. Finisce in un Nuovo Messico di sole bianco e silenzio, dove l’aria sa di ferro e benzina. Questo arco lungo, più tempo che geografia, è il sentiero che i nuovi romanzi di Lynch e Vuillard ci chiedono di percorrere. Fanno una cosa semplice e scomoda: tolgono i guanti alla storia. E mostrano come la promessa del progresso abbia spesso avuto il colore della fame, della polvere, dell’ordine imposto dall’alto.
Non è un esercizio da salotto. È letteratura che non consola. È una presa diretta sulla materia viva del potere.
In Irlanda, nell’Ottocento, la carestia uccise circa un milione di persone e ne spinse un altro milione oltre l’oceano. Le campagne si svuotarono. Gli sfratti, le evizioni, le case bruciate dopo la fuga dei contadini non sono leggenda nera: sono documenti, registri, verbali. La retorica dell’“efficienza” agraria copriva la realtà di un sistema rigido, dove chi non pagava affitto perdeva tetto e nome. È la grammatica primitiva del capitalismo nascente: misurare, contabilizzare, trasferire ricchezza da chi ha solo braccia a chi possiede carta e sigilli.
Spostiamoci. Nel Sud-Ovest americano, dopo il 1848, il trattato che cambiò confini lasciò in eredità controversie infinite su terre comunitarie e diritti d’acqua. Arrivarono le ferrovie negli anni 1880. Arrivarono gli uomini degli studi legali, i consorzi, le compagnie minerarie. Il mito è quello della frontiera libera; il dato è che molti persero terre con una firma storta, un’asta, un atto non letto. Le miniere portarono salario e malattia, orari presi dal fischio e non dal sole. Le faide per gli appalti e per il bestiame finirono a colpi di legge o di pistola. Anche qui la parola chiave è ordine. Ma un ordine a senso unico.
Metà strada, metà verità: i romanzi stringono questi due paesaggi e li fanno parlare tra loro. Non per confonderli, ma per mostrare come la violenza strutturale cambi solo accento. Dove ieri c’erano braccianti e coloni, oggi ci sono filiere globali, appalti a cascata, logistica senza volti. La postura resta identica: nominare “sviluppo” ciò che, in basso, appare amputazione.
Lynch punta la lingua verso il vento e la terra. Frasi nervose, luce radente, corpi che lavorano. Vuillard fa l’opposto: apre i faldoni, monta scene brevi, illumina gli interstizi tra sala riunioni e caserma. Insieme, scardinano il mito che il progresso economico sia un destino neutro. Ci ricordano che ogni “modernizzazione” ha un backstage: mappe con linee dritte, bilanci con margini in grassetto, voci di costo che hanno facce precise.
Esempi concreti? Un registro di debiti che cresce anche quando il raccolto fallisce. Un tracciato ferroviario che taglia in due un pascolo comune. Un orologio da tasca che detta turni in galleria. Tutto verificabile, tutto già accaduto. È questo che fa male: non serve l’allegoria. Basta tenere lo sguardo fermo.
Qui sta il valore dei due romanzi. Non offrono catarsi, ma consapevolezza. Sussurrano che la nostra quotidianità — il mutuo, il turno, il credito facile, la consegna entro sera — discende da quelle scelte antiche. Non è colpa mitologica, è genealogia.
Alla fine resta un’immagine: un filo rosso che passa tra le dita e macchia appena, quasi niente. Lo tiri o lo lasci andare? La risposta non è nei libri. È nel modo in cui, domattina, useremo parole come “sviluppo”, “ordine”, “necessità”. E in chi deciderà cosa, e per chi.