Reddito di libertà, per D.i.Re. si tratta solo di “un intervento di facciata”

Sono state stabilite le modalità di accesso al reddito di libertà. Ma davvero questa misura può riconferire l’autonomia alle donne vittime di violenza?

violenza donne
(pixabay)

L’8 novembre 2021 l’Inps ha definito, in una circolare ad hoc, le modalità di accesso al “Reddito di libertà“. Di cosa si tratta? È un sostegno economico per le donne che hanno subito violenza e che vogliono riappropriarsi della propria libertà. Uno degli aspetti più difficili del distacco dal contesto familiare pieno di soprusi, è l’impossibilità di vedere un’alternativa concreta per sé e per i propri figli.

Questo è testimoniato dai racconti dei centri antiviolenza che ospitano e supportano le donne che intendono uscire dalla paura quotidiana.

D.i.Re., rete di associazioni che lottano contro la violenza sulle donne, attraverso la voce di Mariangela Zanni, consigliera dell’associazione per la regione Veneto considera i fondi stanziati inefficienti, e tutto il progetto “un intervento di facciata, se si considerano i 3 milioni di euro del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020 che vi sono stati investiti: ne potranno beneficiare al massimo 625 donne in tutta Italia, quando sono oltre 20.000 ogni anno le donne accolte nei soli centri antiviolenza della rete D.i.Re, e circa 50.000 nel totale dei 302 centri antiviolenza contati dall’ISTAT nel 2018”.

Il contributo deve essere richiesto dalle donne stesse, che devono avere alle spalle una storia di violenza confermata da denunce o segnalazioni. Ma le domande possono essere accolte fino al termine delle risorse, che come sottolinea l’associazione, coprirebbe solo una piccola parte della platea che ne avrebbe bisogno.

Riconferire ad una donna la propria libertà e la propria autonomia è il primo passo per aiutarla a metabolizzare la violenza subita, che come sappiamo, specialmente nel caso dei soprusi di genere, non è solo una responsabilità individuale ma sociale. Quindi è evidente che non si tratta di una beneficenza ma di un diritto, che se negato, potrebbe pregiudicare tutto il percorso di reinserimento nella società e di cura delle “ferite” subite.

Inoltre i vincoli per aver accesso al reddito richiedono che la donna sia seguita dai servizi sociali, e “non tutte le donne supportate dai centri antiviolenza sono seguite anche dai servizi sociali, né vogliono esserlo. La certificazione dei servizi sociali non è necessaria né per l’astensione dal lavoro a causa della violenza, né per gli assegni familiari, mentre invece è stata imposta per il reddito di libertà.

Non so se gli stanziamenti economici o il cosiddetto “Reddito di libertà” siano la soluzione ottimale; dal canto di chi scrive è già fastidioso parlare di reddito di libertà, accostando un valore, forse il più importante per l’essere umano, con una quantificazione in termini di denaro.

Potrebbe essere una quisquilia semantica o forse anche la conferma che anche questa misura, d’altronde insufficiente, sia l’ennesimo specchietto per le allodole.

Leggi anche: “La violenza nelle carceri può essere evitata”, il Cpt lancia un appello alle amministrazioni penitenziarie italiane

Leggi anche: Le armi robotizzate creeranno un modo più giusto di fare la guerra? Secondo Amnesty International no

Conclude la presidentessa di D.i.Re.: “Come spesso succede per le misure che riguardano le donne, per ora è un intervento una tantum. Possiamo già anticipare che le risorse disponibili andranno presto esaurite, anche considerando il poco tempo a disposizione per chiedere il contributo: la conferma della necessità di trasformare questa misura in un intervento strutturale. D’altronde, la violenza contro le donne è, come ben sappiamo, un problema strutturale”.

A questo link il comunicato D.i.Re. dell’11 novembre 2021