Per eliminare la schiavitù minorile in Ghana basterebbe un aumento del prezzo del cacao del 2,8 per cento

La Costa d’Avorio è il principale produttore di cacao. Ma dietro al commercio delle fave di cacao c’è lo sfruttamento di migliaia di minori

bambini africani
(pixabay)

Quando si mangia una tavoletta di cioccolato o si compra un pallone della Nike generalmente non si riflette sull’origine del prodotto. Come se l’alimento venga generato direttamente dai banchi del supermercato.

Questo pensiero acritico avvantaggia le multinazionali, che possono impunemente portare avanti le proprie pratiche di sfruttamento del terreno e del lavoro.

Focus on Africa, in un articolo dell’8 giugno, racconta le condizioni di lavoro dei bambini africani nella coltivazione del cacao.

Lavorano nelle piantagioni con uno spray sulla schiena per diffondere il glifosato, sostanza considerata probabilmente cancerogena dall’Oms. Il lavoro manuale è eseguito con il machete, e le retribuzioni sono inesistenti, lavorano solo per mangiare.

Molti bambini che coltivano il cacao provengono dal Burkina Faso, paese dal quale sono stati venduti ai trafficanti di minori. Vivono nella foresta senza la propria famiglia e senza la possibilità di tornare nel proprio paese. Sono schiavi.

L’Unicef ha diffuso i dati: circa 200.000 bambini in Costa d’Avorio lavorano nelle piantagioni di cacao in queste condizioni.

L’Unione Europea talvolta tenta di opporsi a questa condotta ivoriana, ad esempio avviando procedimenti giudiziari contro i trafficanti di bambini, ma è poca cosa rispetto alla portata ed alla gravità del fenomeno.

Ovviamente ciò che veicola queste pratiche criminali ed ostacola l’interruzione dello sfruttamento è sempre il profitto. Le multinazionali dovrebbero essere penalizzate, ma la pressione che il potere economico esercita su quello politico consente la procrastinazione della schiavitù minorile.

Ma anche il consumatore finale è in qualche modo coinvolto nella schiavitù minorile. Focus on Africa riporta lo studio di di Jeff Luckstead e Lawton L.Nalley della University of Arkansas, pubblicato sulla rivista PLOS ONE nel 2019.

Dalla ricerca emerge che basterebbe aumentare il prezzo del cacao del 2,8% per eliminare potenzialmente lo sfruttamento minorile in Ghana. Ma questo andrebbe ad intaccare direttamente le tasche dei consumatori, che sovente non sono disposti a “sacrificarsi”.

Un’altra soluzione identificata dalla ricerca sarebbe di ridurre i profitti delle multinazionali. Non si tratterebbe solo di penalizzare i “cattivi”, ma anche in questo caso le ripercussioni andrebbero a costare qualcosa al consumatore in termini di offerta di prodotti.

Si parla spesso dei diritti dei consumatori. A parere di chi scrive si dovrebbero inserire nei manifesti delle associazioni anche i doveri, quali l’abolizione dell’indifferenza e lo sviluppo del consumo critico.

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Qui è disponibile l’articolo di Focus on Africa